venerdì 3 febbraio 2012

un ricordo di Sergio Bonelli

Non ho mai capito se Sergio Bonelli conoscesse il mio nome. Probabilmente, dopo avermi visto quella decina di volte in compagnia di Marco Lupoi, mi associava come faccia ai suoi collaboratori, ecco tutto. In quei casi, d'altronde, quando lo incontravo non parlavo mai, limitandomi a sorrisoni un po' scemi. Dopotutto, non sapevo mai cosa dirgli in quelle vesti. Forse che per me era stato un grande onore scrivere di fumetti Bonelli per I classici del fumetto di Repubblica? Come lettore, però, l'ho avvicinato almeno un paio di volte, soprattutto per chiedergli quando avrebbe scritto una nuova storia di Mister No, personaggio che ho seguito per anni e anni soprattutto grazie a un amico. Mi ricordo come fosse ieri che mi prese la mano e me la strinse, rivelandomi che lui ormai era diventato una specie di fattorino e non scriveva più: cosa che poi smentiva regolarmente scrivendo un'altra bella di storia. Di certo, era felice della mia domanda, perché sapeva che io non soltanto amavo i fumetti, ma quelli che lui scriveva. Solo una volta ho però ascoltato una sua conferenza, anche se non era partita come tale. Fu durante una trasmissione di Daria Bignardi a cui fui invitato diciamo come “figurante del popolo del fumettari”. A una domanda piuttosto insidiosa della giornalista sull'argomento fumetto/arte, Bonelli con la sua parlantina convinse chiunque, anche il più irriducibile che i fumetti erano, non soltanto la nona arte, ma anche frutto di artigiani bravissimi.
E adesso che Bonelli non c'è più? Adesso ci occorrono ancora tante e tante persone come lui. Spargete la voce, popolo dei fumettari.