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Reportage sulla 80esima MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA di Pier Paolo Ronchetti

Reportage sulla 80esima MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
di Pier Paolo Ronchetti 

Giunta alla sua 80esima edizione, l’ennesima diretta di Alberto Barbera, la Mostra del cinema di Venezia, consolida il trend degli ultimi anni: sempre più spazio al cinema italiano, tutto targato RaiCinema, ed enorme presenza della cinematografia americano, con gli occhi puntati su quelli che saranno con ogni probabilità alcuni dei candidati agli Academy Awards della prossima edizione degli Oscar. Il risultato è che dei 23 titoli in concorso, quest’anno 6 erano prodotti nazionali e 6 statunitensi, lasciando poco spazio per il cinema di nazionalità diverse. Dalla forte presenza di cinema asiatico che aveva caratterizzato le edizioni dirette da Marco Müller, si è arrivati ad avere un solo giapponese in concorso, il non eccezionale Il male non esiste, del già affermato Ryusuke Hamaguchi, già vincitore di un Oscar per Drive my Car, qui alle prese con un apologo ecologico troppo lineare nel suo svolgimento perché la ricercata ambiguità del finale possa avere un efficace riverbero sulle due e ore e trenta che lo precedono.

Quanto ai tre titoli francesi selezionati, la sorpresa è stata di vedere inserito in concorso un film di Luc Besson, in genere associato a blockbuster europei di chiara ispirazione hollywoodiana e che con Dogman si distacca solo parzialmente dalla sua produzione abituale. Nel raccontare il rapporto simbiotico di un giovane emarginato con i suoi cani e delle violente esperienze in cui è suo malgrado coinvolto, Besson si affida alla straordinaria interpretazione spesso en travesti di Caleb Landry Jones e, purtroppo, al suo consueto repertorio di musica roboante e scene ad effetto.


Va molto meglio con La bête di Bertrand Bonello, uno dei massimi autori francesi contemporanei, pochissimo amato in Italia, che realizza, come di consueto un film ambizioso e narrativamente azzardato, sulle tre incarnazioni di una giovane donna (Léa Seydoux) in tre diversi periodi della storia, passata, presente e futura. 

Fra i titoli statunitensi, molti erano all’insegna delle  biografie di personaggi celebri. Ferrari di Michael Mann; Maestro, sul direttore d’orchestra Bernstein, di Bradley Cooper; Priscilla, sulla moglie di Elvis Presley, di Sofia Coppola; Origin di Ava DuVernay. Pur con esiti diversi, tutti sulla traccia del biopic più tradizionale. Delusione anche per l’attesissimo The Killer di David Fincher, tratto da una graphic novel di Nolen e Jacamon e già in programmazione su Netflix, che al di là di un incipit potente e del memorabile cammeo di Tilda Swinton, stupisce per l’improbabilità del plot e una sostanziale indecisione nel registro stilistico.


Molto meglio, un’altra produzione Netflix in concorso, programmata dalla piattaforma pochi giorni dopo la sua anteprima veneziana: El conde del cileno Pablo Larraín, che immagina, in un bianco e nero di stile espressionista, il dittatore Pinochet come un vampiro immortale. Larraín ha certo fatto di meglio (Tony Manero, Post-Mortem), ma anche di molto peggio (Ema, Spencer); qui fa coesistere abilmente le sue ricorrenti passioni, quella per la storia politica del suo paese e quella per l’immaginario horror, e il premio della Mostra alla miglior sceneggiatura è forse un riconoscimento non adeguato al risultato, specie all’interno di una selezione modesta come quella di questa edizione.

Dei troppi film della rappresentanza italiana, Io, capitano di Matteo Garrone, vincitore del premio della giuria e poi designato dall’Italia come candidato all’Oscar, è stato in sostanza l’unico successo della selezione, nonostante le ambizioni di alcuni dei titoli che la componevano. 


Primo fra tutti, il lungo Lubo di Giorgio Diritti, storia delle persecuzioni nella Svizzera post bellica dei nomadi Jenish, dove a una prima parte in cui il regista azzecca le atmosfere e sfrutta al meglio il magnetismo del protagonista (Franz Rogowski, il più interessante giovane attore europeo), fa seguito una seconda metà, ambientata in Italia, all’insegna di una stucchevole estetica da fiction RAI. 

Povere creature, vincitore del Leone d’oro, prevedibilmente dopo l’accoglienza entusiastica ricevuta, conferma il successo del greco Yorgos Lanthimos, al suo quarto film in lingua inglese, sulla scena globale. Lanthimos spinge, come già con il precedente La favorita, il pedale del grottesco, ricorrendo  insistentemente all’obiettivo grandangolare deformante e a scenografie e costumi di ispirazione steampunk, nonostante l’ambientazione primonovecentesca. Aggiornando il mito di Frankenstein in chiave femminista, il film è perfettamente in sintonia con quello che ci si aspetta oggi da un film d’autore che mira al pubblico internazionale: temi alla moda e confezione lussuosa, trasgressività moderata e tono semiserio. E il tutto forse non risulterebbe così suggestivo senza la presenza, nel ruolo del ‘mostro’ sulla strada dell’emancipazione, di Emma Stone, alla sua ennesima eccelsa interpretazione.


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