In
un’edizione qualitativamente non entusiasmante, ma presa d’assalto
dal pubblico e dagli addetti ai lavori come nessuna delle precedenti,
la sorpresa maggiore, almeno finché il film non è stato proiettato,
era l’inserimento in concorso, per la prima volta nel programma di
un grande festival internazionale, di una pellicola ispirata
all’universo dei comics. Tanto più che a guidare la giuria che gli
ha poi attribuito il riconoscimento massimo, era una maestra del
cinema più autoriale e rarefatto come l’argentina Lucrecia Martel.
Certo, ora sappiamo tutti che Joker è molto
lontano, e artisticamente più ambizioso, dagli standard dei film di
super eroi, che pure negli ultimi anni si sono guadagnati, oltre a
enorme successo di pubblico, l’interesse e le lodi di molta
critica. E il Leone d’Oro al film di Todd Philips non può certo
considerarsi una bizzarria. Era certamente il titolo più spiazzante
e forse il più riuscito della selezione, con un ovvio punto di forza
nell’interpretazione di Joaquim Phoenix, ma soprattutto in grado di
costruire un universo cinematografico relativamente inedito
nonostante gli evidenti omaggi al cinema del passato (noir classico e
Martin Scorsese in testa). La scelta di renderlo così visibile,
nella collocazione in concorso, è perfettamente in linea con la
tendenza del festival degli ultimi anni di ambire a essere una
vetrina per gli Oscar dell’anno successivo. È quasi certo
che Joker concorrerà ai premi dell’Academy,
polemiche sulla presunta violenza, a mio avviso infondate,
permettendo.

E
altri film del programma qualche settimana dopo la presentazione a
Venezia sono stati scelti dai loro paesi di produzione come candidati
all’Oscar per il miglior film straniero. Benché accolti molto
tiepidamente, A herdade e The
Painted Bird sono stati selezionati da Portogallo
e Polonia e la loro dimensione narrativa romanzesca sembra in linea
con i gusti piuttosto tradizionali della kermesse americana.
Molte,
comunque, le delusioni del concorso. Con la parziale eccezione dei
due titoli cinesi. No.7 Cherry Lane è il primo film di
animazione di Yonfan, un veterano del cinema di Hong Kong, carico di
suggestioni esistenziali ed erotiche, che ha vinto il premio per la
migliore sceneggiatura. Purtroppo, Saturday Fiction di
Lou Ye e interpretato dalla massima diva asiatica Gong Li,
stilizzatissimo noir spionistico in bianco e nero, dalla regia
movimentata e virtuosistica, perde narrativamente quota e ritmo nella
sezione conclusiva.
Benché
premiato con il Gran Premio della Giuria, J’accuse (L’ufficiale
e la spia) il film in cui Roman Polanski tenta
uno spericolato paragone fra la sua vicenda giudiziaria e quella di
Alfred Dreyfuss, perseguitato nella Francia di fine 800 perché
ebreo, è incalzante e moderatamente appassionante, ma la sua
estetica non si discosta molto da quella di una fiction televisiva di
lusso.
Se
nell’edizione precedente della Mostra, alcuni dei punti forza della
selezione erano targati Netflix, quest’anno i due titoli proposti
non possedevano certo il fascino di quelli firmati da Cuaron e dai
fratelli Coen. The Laundromat (Panama Papers) è
una divertente commedia sullo scandalo finanziario che ha investito
gli Stati Uniti qualche anno fa, con simpatici siparietti brechtiani
e interpretata ovviamente benissimo da Meryl Streep, Gary Oldman e
Antonio Banderas. Ma Marriage Story di Noah
Baumbach, con Scarlett Johansson e un ottimo Adam Driver, che
nonostante il titolo racconta la storia di un divorzio, non ha
l’incisività e la durezza necessaria per rimanere nella memoria,
preferendo toni agrodolci e consolatori. Ma le delusioni più forti
sono arrivati da autori di culto cinefilo e dall’affermazione
relativamente recente. A cominciare da Pablo Larraìn, acclamato per
il suo sguardo personale e spietato sulla recente storia cilena in
film come Tony Manero, Il club e Post
Mortem, che con Ema racconta la crisi di
una coppia e del loro tentativo di adottare un bambino in un
baracconesco pasticcio ambientato nel mondo della danza devastato da
brutte coreografie e insopportabile musica reggaeton. Proseguono le
delusioni con il film che ha aperto la manifestazione, Le
verità del giapponese Hirokazu Kore’eda,
reduce dalla vittoria a Cannes appena lo scorso anno. In trasferta
parigina, Kore’eda firma una commedia falsamente pungente, che
neppure la grandezza di una Catherine Deneuve dai perfetti tempi
comici riesce a salvare dall’inconsistenza.

E
un altro cineasta in trasferta, il colombiano Ciro Guerra,
recentemente segnalatosi per El
abrazo de la serpiente e Oro
verde,
alle prese con Waiting
for the Barbarians,
una produzione italiana girata in inglese con un cast di star (Mark
Rylance, Johnny Depp e Robert Pattinson), non sfugge alla maledizione
che incombe su questo genere di coproduzioni internazionali, spesso
insapori e senz’anima.
Pier
Paolo Ronchetti