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Reportage sulla 76a Mostra del Cinema di Venezia a cura di Pier Paolo Ronchetti



In un’edizione qualitativamente non entusiasmante, ma presa d’assalto dal pubblico e dagli addetti ai lavori come nessuna delle precedenti, la sorpresa maggiore, almeno finché il film non è stato proiettato, era l’inserimento in concorso, per la prima volta nel programma di un grande festival internazionale, di una pellicola ispirata all’universo dei comics. Tanto più che a guidare la giuria che gli ha poi attribuito il riconoscimento massimo, era una maestra del cinema più autoriale e rarefatto come l’argentina Lucrecia Martel. Certo, ora sappiamo tutti che Joker è molto lontano, e artisticamente più ambizioso, dagli standard dei film di super eroi, che pure negli ultimi anni si sono guadagnati, oltre a enorme successo di pubblico, l’interesse e le lodi di molta critica. E il Leone d’Oro al film di Todd Philips non può certo considerarsi una bizzarria. Era certamente il titolo più spiazzante e forse il più riuscito della selezione, con un ovvio punto di forza nell’interpretazione di Joaquim Phoenix, ma soprattutto in grado di costruire un universo cinematografico relativamente inedito nonostante gli evidenti omaggi al cinema del passato (noir classico e Martin Scorsese in testa). La scelta di renderlo così visibile, nella collocazione in concorso, è perfettamente in linea con la tendenza del festival degli ultimi anni di ambire a essere una vetrina per gli Oscar dell’anno successivo. È quasi certo che Joker concorrerà ai premi dell’Academy, polemiche sulla presunta violenza, a mio avviso infondate, permettendo. 



E altri film del programma qualche settimana dopo la presentazione a Venezia sono stati scelti dai loro paesi di produzione come candidati all’Oscar per il miglior film straniero. Benché accolti molto tiepidamente, A herdade The Painted Bird sono stati selezionati da Portogallo e Polonia e la loro dimensione narrativa romanzesca sembra in linea con i gusti piuttosto tradizionali della kermesse americana. 

Molte, comunque, le delusioni del concorso. Con la parziale eccezione dei due titoli cinesi. No.7 Cherry Lane è il primo film di animazione di Yonfan, un veterano del cinema di Hong Kong, carico di suggestioni esistenziali ed erotiche, che ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura. Purtroppo, Saturday Fiction di Lou Ye e interpretato dalla massima diva asiatica Gong Li, stilizzatissimo noir spionistico in bianco e nero, dalla regia movimentata e virtuosistica, perde narrativamente quota e ritmo nella sezione conclusiva. 


Benché premiato con il Gran Premio della Giuria, J’accuse (L’ufficiale e la spia) il film in cui Roman Polanski tenta uno spericolato paragone fra la sua vicenda giudiziaria e quella di Alfred Dreyfuss, perseguitato nella Francia di fine 800 perché ebreo, è incalzante e moderatamente appassionante, ma la sua estetica non si discosta molto da quella di una fiction televisiva di lusso.

Se nell’edizione precedente della Mostra, alcuni dei punti forza della selezione erano targati Netflix, quest’anno i due titoli proposti non possedevano certo il fascino di quelli firmati da Cuaron e dai fratelli Coen. The Laundromat (Panama Papers) è una divertente commedia sullo scandalo finanziario che ha investito gli Stati Uniti qualche anno fa, con simpatici siparietti brechtiani e interpretata ovviamente benissimo da Meryl Streep, Gary Oldman e Antonio Banderas. Ma Marriage Story di Noah Baumbach, con Scarlett Johansson e un ottimo Adam Driver, che nonostante il titolo racconta la storia di un divorzio, non ha l’incisività e la durezza necessaria per rimanere nella memoria, preferendo toni agrodolci e consolatori. Ma le delusioni più forti sono arrivati da autori di culto cinefilo e dall’affermazione relativamente recente. A cominciare da Pablo Larraìn, acclamato per il suo sguardo personale e spietato sulla recente storia cilena in film come Tony ManeroIl club e Post Mortem, che con Ema racconta la crisi di una coppia e del loro tentativo di adottare un bambino in un baracconesco pasticcio ambientato nel mondo della danza devastato da brutte coreografie e insopportabile musica reggaeton. Proseguono le delusioni con il film che ha aperto la manifestazione, Le verità del giapponese Hirokazu Kore’eda, reduce dalla vittoria a Cannes appena lo scorso anno. In trasferta parigina, Kore’eda firma una commedia falsamente pungente, che neppure la grandezza di una Catherine Deneuve dai perfetti tempi comici riesce a salvare dall’inconsistenza.




E un altro cineasta in trasferta, il colombiano Ciro Guerra, recentemente segnalatosi per El abrazo de la serpiente Oro verde, alle prese con Waiting for the Barbarians, una produzione italiana girata in inglese con un cast di star (Mark Rylance, Johnny Depp e Robert Pattinson), non sfugge alla maledizione che incombe su questo genere di coproduzioni internazionali, spesso insapori e senz’anima.

Pier Paolo Ronchetti


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