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Reportage sulla 77esima Mostra del cinema di Venezia di Pier Paolo Ronchetti

 di Pier Paolo Ronchetti

Il primo grande festival di cinema nel mondo afflitto dal Covid, dopo quella che è stata in pratica la cancellazione di Cannes e Locarno, si è rivelato un successo. Piuttosto imprevedibile, viste le incerte premesse, dovute al drastico calo di presenze di film, spettatori e addetti ai lavori, necessarie per mantenere le misure di sicurezza. Le moltissime repliche, specie dei film in concorso (12 in luogo delle consuete 5) hanno permesso di fruire dell’intero programma senza code e soprattutto senza percezione del rischio. 

L’assegnazione dei premi ha comprensibilmente suscitato qualche malumore. Soprattutto per quanto riguarda il Leone d’oro. Arrivato come superfavorito, perché unico film interamente americano in concorso, prevedibile candidato ai prossimi Oscar (di cui da troppi anni il festival si propone di essere la vetrina, trascurando spesso il cinema non anglofono), Nomadland di Chloé Zhao, autrice del successo di nicchia The Rider e regista dell’imminente Marvel movie The Eternals, è un prodotto indie senza sorprese. Si può apprezzare la finezza dello sguardo nell’osservazione di un gruppo di senzacasa che attraversano un’America povera e grigia e l’interpretazione sottile di Frances McDormand, ma è un America che ci è stata raccontata meglio e con più coraggio dal glorioso cinema statunitense degli anni 70 o più recentemente dai film (inediti in Italia) di Kelly Reichardt (Certain Women, Wendy & Lucy). Qui alcune scelte non banali vengono vanificate dal desiderio di non spingersi nei territori della sgradevolezza e da una melensissima musica di Ludovico Einaudi che contraddice la secchezza a cui la narrazione sempre a tratti mira. 


Al di là di questo Leone d’oro “prenotato”, la giuria è stata in grado comunque di segnalare i migliori film del concorso. A iniziare dal vincitore del secondo premio, il Gran Premio della giuria, il messicano Nuevo Orden di Michel Franco, da sempre indagatore, mai compiaciuto però, dei lati oscuri della natura umana. Discostandosi dalle storie private dei suoi precedenti, Franco firma il suo film più ambizioso, la cronaca, violenta e incalzante, di un colpo di stato attuato dalle classi basse in povertà estrema, con il probabile sostegno di gerarchie militari che sembrano usare in realtà l’occasione per rafforzare lo status quo. Piaciuto pochissimo alla stampa italiana, e perlopiù indicato come il migliore della Mostra da quella straniera, è un film che non lascia indifferenti. Gli haters parlano di morbosità e di ambiguità politica; miope comunque non riconoscere il senso della forma e del ritmo con cui Franco costruisce un pezzo di cinema senza compromessi, breve, ricco e dal poco rassicurante finale. 


A parte il premio alla regia all’inerte giapponese Wife of a Spy di Kiyoshi Kurosawa, gli altri film migliori della selezione, hanno ricevuto un riconoscimento, per quanto forse troppo modesto rispetto al loro valore. 


Il premio speciale al russo Cari compagni di Andrey Konchalovsky è forse un contentino inadeguato per l’opera di un regista, che, giunto a 83 anni, ha fatto il suo film più giovane e dinamico da anni. Nel rievocare un triste episodio di repressione delle autorità dell’URSS nei primi anni 60, Konchalovsky evita le consuete trappole predicatorie del cinema antisovietico successivo al crollo dell’Unione, e pur raccontando un periodo drammatico, lo fa con obiettività e moderata quanto imprevedibile ironia.

Il premio alla sceneggiatura a The Disciple, opera seconda dell’indiano Chaitanya Tamhane, già vincitore della sezione Orizzonti qualche anno fa, non segnala forse ciò in cui il film eccelle, cioè nel riuscire a trasmettere in modo affascinante e preciso le atmosfere legate alla musica classica indiana, riuscendo a interessare anche lo sprovveduto spettatore occidentale: il premio alla regia sarebbe stato più consono. 
Purtroppo, i film italiani in concorso, come al solito in numero nutrito, con la parziale eccezione di Miss Marx di Susanna Nicchiarelli (che però non ripete l’exploit del precedente Nico 1988) e di Notturno, il nuovo documentario di Gianfranco Rosi, il cui approccio distanziato e forse estetizzante rischia di mostrare la corda, hanno deluso. Particolarmente indigesto Le sorelle Macaluso dell’acclamata regista teatrale Emma Dante, che fatica a trovare una cifra espressiva al cinema: tutti colpi bassi per solleticare l’emotività dello spettatore. In un festival pieno di film firmati da donne, Dante tocca il punto più basso.

Ma non era solo nei titoli diretti da donne che brillavano le interpretazioni femminili, tant’è che il meritato premio a Vanessa Kirby (presente con due film e premiata per Pieces of a Woman) ha costretto a ignorare molte altre performance di alto livello: dalla protagonista di Cari compagni, Yuliya Vysotskaya, a quella del bosniaco Quo vadis, Aida?, alla stessa Romola Garay di Miss Marx.

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