L’edizione della riscossa post(si fa per dire)-Covid è stata acclamata dalla stampa, non solo nazionale, con grande calore fin dai primi giorni, quando sono stati presentati film di grossi nomi, tutti generosamente accolti: questo nonostante fin dalle prime battute sia stato chiaro che l’alta partecipazione, con regole di distanziamento identiche a quello dello scorso anno, quando pubblico e accreditati erano forse un terzo, avrebbe causato qualche problema nella prenotazione dei posti e nel conseguente accesso alle sale.

Non c’è dubbio che l’inaugurazione con una prima importante, quella di Madres parallelas di Pedro Almodóvar, abbia immediatamente ben disposto critici e spettatori. Anche se l’ultimo film del regista spagnolo non sarà ricordato come uno dei titoli più importanti della sua filmografia. Partendo da una premessa un po’ ovvia - uno scambio di neonate in ospedale - e procedendo su un doppio binario narrativo, quello della vicenda personale e quello della resa dei conti con il passato franchista del paese, Madres non ha il ritmo e le invenzioni visive delle opere più celebrate di Almodóvar. Siamo più dalle parti di Julieta che da quelle del suo exploit Dolor y gloria anche se, come sempre, il regista fa meraviglie con i suoi attori, e la Coppa Volpi a Penelope Cruz è incontestabile. La bravura di Cruz è evidente anche in un altro film del concorso, Competencia oficial degli argentini Cohn e Duprat, una superficiale, ma divertentissima commedia sul mondo del cinema.
Sempre nei primi giorni del festival, molti hanno manifestato entusiasmo per È stata la mano di dio di Paolo Sorrentino e The Power of the Dog di Jane Campion, prodotti da Netflix. Ma, entrambi premiati con riconoscimenti importanti, non aggiungono molto alle filmografie dei rispettivi registi. Il primo segue l’estetica consolidata del regista napoletano, una deformazione grottesca che si vorrebbe ispirata a Fellini, ma che ricorda sempre più evidentemente gli eccessi, molto amati negli Stati Uniti, del cinema di Lina Wertmuller. O, almeno, lo fa nella prima parte, per poi mutare registro in favore di una elegia autobiografica sentimentale e fortemente didascalica. Campion, invece, da tempo lontana dal cinema, confeziona un western intimista visivamente elegante ma inerte, poco incisivo nella descrizione del machismo di una comunità rurale.

Almeno a livello di riscontro internazionale, il cinema italiano, presente nella competizione principale con cinque titoli, ne esce comunque meglio del solito. Il buco di Michelangelo Frammartino, severa ricostruzione di una spedizione speleologica del 1961 e Qui rido io, ritorno in forma di Mario Martone dopo il disastroso Capri Revolution, erano i titoli migliori della selezione nazionale, mentre le grandi delusioni sono arrivate dai due titoli più attesi. Il blockbuster italiano Freaks Out è un costosissimo e pasticciatissimo film di genere nostrano, ambizioso e singolarmente privo di ritmo - su una compagnia di circensi con superpoteri ai tempi dell’occupazione nazista di Roma - che rischia di cancellare per sempre il credito che Gabriele Mainetti si era guadagnato con il suo film d’esordio, Lo chiamavano Jeeg Robot.
America Latina segna invece una battuta d’arresto nell’ascesa dei gemelli D’Innocenzo, apprezzati per il precedente Favolacce, che qui inciampano in un tentativo di cinema astratto e autoriale che richiederebbe un rigore e una consapevolezza espressiva purtroppo latitanti.
Le cose più interessanti erano, come accade spesso, opera di autori meno conosciuti. Per esempio, la francese Audrey Diwan, che si è portata a casa il Leone d’oro, consolidando la tendenza in atto da oltre un anno nei festival di dare il massimo riconoscimenti a film firmati da donne. L’Evénement (in Italia La scelta di Anne) è il racconto del calvario di un’interruzione di gravidanza nella Francia degli anni 60 e dell’aborto ancora illegale. Non è un film sorprendente, nella sua classicità narrativa, ma molto controllato e ricco di sfumature, senza cedimenti nel ritmo né incertezze nell’allestimento.
Non era certo uno sconosciuto il venezuelano Lorenzo Vigas, avendo vinto Venezia nel 2015 con Ti guardo, forse il Leone d’oro più ignorato degli ultimi anni. Di nuovo in competizione con La caja, un altro sottile rompicapo psicologico a due personaggi maschili all’insegna della ricerca e della perdita della figura paterna. La giuria non ha ritenuto di segnalarne la precisione della sceneggiatura né l’eleganza della regia. Una scelta distratta, come quella, ancora più incomprensibile, di non premiare quello che era forse il miglior film del concorso: quantomeno il più audace e vorticoso, nelle sue oltre due ore di sfoggio di bravura tecnica e opulenza estetica.
Il Capitano Volkonogov è fuggito della coppia di cineasti russi Natasha Merkulova e Aleksey Chupov è il racconto tutt’altro che realistico, con sfumature grottesche e oniriche, delle purghe staliniane del 1938, e del clima di reciproco sospetto serpeggiante fra le file degli ufficiali incaricati di scovare, quasi sempre di inventare, i soggetti controrivoluzionari. Molti, soprattutto fra i critici italiani, hanno storto il naso per l’adesione del film alle regole dell’action movie (in realtà ribaltandole e contaminandole); per chi scrive è invece stato l’unico colpo di fulmine dell’intero festival.
Pier Paolo Ronchetti
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